SEGRETI

Bellini, l’uomo che unisce le stragi: Bologna, condanna confermata in appello

Bellini, l’uomo che unisce le stragi: Bologna, condanna confermata in appello

di Gianni Barbacetto e Sarah Buono /

Condanna confermata. L’ultimo processo d’appello per la strage di Bologna si è chiuso confermando l’ergastolo per Paolo Bellini e le condanne per i suoi due coimputati, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia. Il primo giorno del processo di primo grado, entrando in aula da imputato della strage, Bellini disse: “Mi sento come Sacco e Vanzetti”. Ieri, ultimo giorno del processo di secondo grado, si è definito “un collaboratore di giustizia”.

Ha ripetuto di essere stato mandato in Sicilia, nell’agosto 1992, dopo i funerali di Paolo Borsellino, come infiltrato dentro Cosa nostra “per capire se altri giudici erano in pericolo”. L’incarico, dice, arrivava dalla politica e dai carabinieri del maresciallo Roberto Tempesta e del generale Mario Mori.

“Io non ho mai avuto a che fare con i servizi segreti”, puntualizza. Ma ripete un accenno agli incarichi ricevuti dal “gruppo degli amici di Flaminio Piccoli”: ultracattolici democristiani che “al Santuario di Pietralba, tra Trento e Bolzano, mi fecero fare un giuramento, conservo ancora il santino, che era una cartina di tornasole se qualcuno mi contattava: o si presentavano con lo stesso santino o c’era un codice telefonico dal quale io risalivo ad un numero di telefono loro”.

Questo è Paolo Bellini: militante neofascista di Avanguardia nazionale, ladro, assassino del ragazzo di Lotta continua Alceste Campanile, latitante in Brasile, infiltrato in Cosa nostra, killer della ’ndrangheta. E sedicente “collaboratore di giustizia” che ancora ieri si vantava: “Sono chiamato anche oggi come collaboratore. Ma mi devo fermare, per non violare il segreto istruttorio”. In realtà, è indagato dalle Procure di Firenze e di Caltanissetta per le stragi del 1993.

Il quindicesimo processo sull’attentato del 2 agosto 1980 mette un nuovo punto e consolida la lettura della strage come progetto dell’intera galassia della destra neofascista di quegli anni che – a dispetto delle divisioni interne, dei feroci contrasti esibiti e delle sigle concorrenti – agì all’unisono. A dare l’input – e a metterci i soldi – fu il capo della loggia massonica P2 Licio Gelli, il burattinaio dei bombaroli.

A fare il grande botto fu il supergruppo dell’eversione, gli eredi dei vecchi gruppi di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale insieme a quelli che pretendevano di rappresentare lo “spontaneismo armato”. Ora accanto ai tre neofascisti già condannati in via definitiva – Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini – e al quarto – Gilberto Cavallini, in attesa della Cassazione – c’è anche Paolo Bellini, l’uomo che unisce le stragi, che attraversa le strategie dell’eversione, da Bologna al 1993.

Lui nega. Parla di un “marchio impresso a fuoco su di lui” dai media e dalle Procure, di non aver avuto rapporti con i gruppi neofascisti e di non aver mai conosciuto nemmeno Cavallini.

Quel 2 agosto, Bellini era alla stazione secondo (anche) la Corte d’assise di Bologna. Il suo volto, i suoi baffi, i suoi capelli ricci (“facevo invidia a Lucio Battisti, in quegli anni”), la catenina al collo, sono stati riconosciuti nei fotogrammi di un filmato realizzato da un turista svizzero che credeva di andare in vacanza e si è invece ritrovato al centro della storia d’Italia.

La conferma è stata data da Maurizia Bonini, la sua ex moglie, che per decenni aveva testimoniato (falsamente) che il 2 agosto era con il marito e la famiglia al Passo del Tonale. È a lei che Bellini dedica più di un’ora delle sue dichiarazioni spontanee prima della fine del processo: “Rinnovo alla Corte la richiesta di chiamarla e risentirla perché sono sicuro che messa di fronte all’evidenza delle mie dichiarazioni dirà la verità. Vi chiedo il reset, di resettare il cervello, da quanto avete letto su stampa e libri, visto in tv, e studiato. Che Dio vi benedica”. Parla per quasi tre ore, Bellini. Un fiume in piena, un fiume poco limpido e molto agitato.

Oltre alla conferma della condanna all’ergastolo per Paolo Bellini, la Corte di assise di appello di Bologna ha ribadito la colpevolezza anche degli altri due imputati. L’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, accusato di depistaggio e condannato nuovamente a 6 anni; e Domenico Catracchia, ex amministratore di condomini in via Gradoli, a Roma, accusato di false informazioni al pm al fine di sviare le indagini, condannato a 4 anni.

E con loro Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, tutti morti e non più imputabili, ma ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato. “Sappiamo chi sono stati i mandanti, sappiamo chi è stato”, ha commentato Anna Pizzirani, vicepresidente dell’associazione delle vittime della strage. “Questo è un tassello molto importante per confermare la verità che è emersa durante questi due gradi di giudizio. Non è finita, sappiamo benissimo che ci sarà il ricorso alla Cassazione, ma questo è un tassello importante per noi familiari delle vittime. Perché è la parola alle 85 vittime che non possono parlare, cercheremo di non fermarci qui”.

Un altro colpo al pantheon nero di Giorgia Meloni

I processi per le stragi italiane – e quella di Bologna più di tutte – finiscono ogni volta per riaprire l’album di famiglia della destra italiana, quella che oggi è arrivata al governo. Con il fascismo storico, Giorgia Meloni ha regolato i conti ripetendo di non aver “mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici”, “fascismo compreso” (salvo qualche busto di Mussolini nel salotto del presidente del Senato).

È con il neofascismo che è invece più complicato fare i conti: con la storia italiana del dopoguerra, fatta di bombe e strategie della tensione, gruppi armati e rapporti con i servizi segreti. Del resto, Fratelli d’Italia indica tra i suoi “padri” Giorgio Almirante e Pino Rauti.

Quest’ultimo, fondatore di Ordine nuovo, è uno dei protagonisti della destra neofascista italiana: a Ordine nuovo (ma dopo l’uscita di Rauti) sono addebitate le stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia. Ed è Almirante in persona che fa arrivare 34.650 dollari, attraverso l’avvocato missino Eno Pascoli, a Carlo Cicuttini, uno dei responsabili della strage di Peteano (tre carabinieri uccisi) per finanziare e proteggere la sua latitanza in Spagna.

I fili tra presente e passato restano tenaci. Flaminia Pace, che dopo l’inchiesta di Fanpage sui riti fascisti e antisemiti che sopravvivono dentro Fratelli d’Italia si è dimessa dal consiglio di Gioventù nazionale, è figlia di Corrado Pace, in rapporti con Francesca Mambro e Valerio Fioravanti (condannati definitivi per la strage di Bologna), ma soprattutto, da figlia, ha continuato a vantarsi dei legami del padre con i due terroristi dei Nar.

Il direttore del settimanale Il Borghese, Mario Tedeschi, è il senatore missino della destra “moderata e in doppio petto”, ma la sentenza Bellini di primo grado lo indica come colui che ha l’incarico di gestire la “comunicazione” dopo la strage di Bologna, in coppia con Federico Umberto d’Amato, la superspia dell’Ufficio Affari Riservati.

Storie vecchie? Ma che giungono fino a noi, se è vero che nel gennaio del 2019 i camerati organizzano una bicchierata fascista in sostegno di Gilberto Cavallini, condannato per la strage di Bologna in primo e secondo grado. L’organizzatore della simpatica bicchierata è Fabrizio Piscitelli detto Diabolik, capo ultrà della Lazio e trafficante di droga, che nell’agosto 2019 sarà ucciso in un agguato a Roma. In un messaggio vocale dice: “Aperitivo tra camerati più tardi, daje. Tutti presenti”.

Gli risponde Paolo Signorelli, portavoce del ministro dell’Agricoltura di Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida: “Io vado via oggi e domani, ci vediamo domani a pranzo tra camerati e laziali”. “Certo però manda un po’ di camerati perché è una raccolta fondi. È importante”, ribatte Diabolik. “Gilberto?”, chiede Signorelli, alludendo a Cavallini. “Bravo, bravo, daje, passa parola”, raccomanda Diabolik. “Ok è un fratello di famiglia”.

Uno dei messaggi tra Diabolik e Signorelli toglie ogni dubbio: “Onore a nonno, Tuti, Concutelli, Giusva, Ciavardini”. “Nonno” è il suo omonimo Paolo Signorelli, tra i fondatori di Ordine nuovo, condannato a 11 anni per banda armata e associazione sovversiva. Mario Tuti, Pierluigi Concutelli, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini sono tutti terroristi neri.

L’album di famiglia dei figli, fratelli e nipoti d’Italia non lo è soltanto in senso ideologico. Il Paolo Signorelli che lavorava con Lollobrigida è nipote del Paolo Signorelli ideologo del neofascismo. La senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti è figlia di Pino Rauti. È questa la “comunità politica” da cui Giorgia Meloni rivendica orgogliosamente di provenire.

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di Gianni Barbacetto e Sarah Buono / Il Fatto quotidiano, 9 luglio 2024
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